Stefania CioffiIo Che Amo Solo Me – Anatomia del Narcisismo

Psicologa Gallarate

Io Che Amo Solo Me – Anatomia del Narcisismo

Il termine narcisismo è entrato a far parte del linguaggio comune da diverso tempo e spesso con tratti distintivi negativi: essere narcisista significa essere egoista, pensare ed amare esclusivamente la propria persona. Secondo lo “Shorter Oxford English Dictionary”, del 1944, il narcisismo è:

“amore e ammirazione di sé morbosi”. In realtà non è così perché, tolta la maschera il narcisista conosce soltanto solitudine, insicurezza, vuoto esistenziale e incapacità di amare anche sé stesso.1

“I narcisisti sono dei soggetti feriti, in realtà, carenti dal punto di vista del narcisismo. Spesso la delusione di cui ancora portano la ferita a vivo non è limitata ad uno solo dei genitori ma ad entrambi. Quale oggetto resta loro da amare se non se stessi? La ferita narcisistica inflitta all’onnipotenza infantile, diretta o proiettata sui genitori, certamente ci riguarda tutti. […]”2

Carenze nel riconoscimento delle loro necessità, genitori che hanno procurato ferite profonde, danneggiando l’onnipotenza infantile, privandoli del fatto di sentirli investiti come oggetti d’amore, amati, desiderati. Adulti che trasmettono al bambino diverse forme di messaggio, verbale e non, che possono far trasparire accettazione, rifiuto, non comprensione, non riconoscimento. Uno sviluppo adeguato, o la sua disorganizzazione, passa attraverso la qualità dei legami.

Per poter essere buona, la relazione d’oggetto deve possedere caratteristiche di empatia. I bambini che hanno genitori con caratteristiche di personalità decisamente narcisistiche, si trovano ad interagire con adulti incapaci di sostenere i loro bisogni, di comprenderli empaticamente, che si relazionano con il figlio attraverso una cospicua distanza emotiva. Una relazione carente, dunque, dal punto di vista affettivo. Per tali genitori il bambino non ha un ruolo ma una funzione stabilita da loro stessi: non di individuo con proprie esigenze ed aspettative ma di individuo che deve rispondere alle esigenze dell’adulto. Se da un lato ciò rinforza il narcisismo del genitore, dall’altra procura al bambino una negazione dei propri bisogni. Si tratta di genitori con una personalità dotata di caratteristiche infantili, di un notevole livello di immaturità, freddi internamente nell’accogliere l’altro e le sue esigenze, per cui il bambino resta sempre un mezzo per sostenere il proprio orgoglio e non per poter vivere la sua età e tutto ciò che comporta. Si determina così l’insorgenza, nel bambino, di bisogni di ammirazione, invidia verso gli altri, totalmente spinto da una ricerca continua di riconoscimento di sé. Inoltre, nel bambino si sviluppa l’onnipotenza, la grandiosità, che lo conduce a voler assumere il ruolo di adulto, cosicché lo sviluppo narcisistico diviene patologico: in un bambino che “gioca” il ruolo di adulto, una volta divenuto adulto emerge il bambino che non ha potuto maturare. Egli cerca così di difendersi sviluppando un Sé grandioso 3 per superare la ferita infertagli.

Questi soggetti si sono identificati con l’oggetto parziale,4 con caratteristiche primitive, onnipotenti, senza alcuna differenziazione fra il Sé e l’oggetto. Questo è il motivo per cui essi annullano la dipendenza dall’oggetto, perché riconoscerla significherebbe affermare il bisogno di esso, che comporta vivere la frustrazione derivata dal suo rifiuto.

Secondo Modell, con il suo concetto di bozzolo,5 questi soggetti si difendono dal timore, a volte è il caso di dire panico, della dipendenza, della fusione con l’altro. Rimangono chiusi in sé stessi, perché la vicinanza emotiva costituisce un pericolo alla loro integrità e il distacco serve a tenerli lontani dalle esperienze abbandoniche intollerabili, sperimentate nel passato. Inoltre, essi conservano una notevole fragilità di fronte alle frustrazioni del presente.

Solo quando la disponibilità affettiva dei genitori non viene meno, si struttura un legame solido, basato sulla continuità, fino al punto che il legame viene internalizzato nella sua bontà o nella sua carenza. Ciò permette il realizzarsi dell’integrità narcisistica, perché in questo modo si costruisce un’autentica relazione di appoggio, in grado di identificare i bisogni dell’altro e farsene carico, altrimenti si edifica un legame discontinuo che non facilita lo sviluppo della rappresentazione. Se il bambino viene sostenuto psicologicamente dai suoi genitori, questi lo aiutano a riconoscere i suoi limiti in modo non traumatico e, contemporaneamente, a gettare le basi dell’autostima.

La patologia narcisistica è una patologia del mondo interno, che investe l’affettività, improntata alla grandiosità e all’onnipotenza. Il soggetto con personalità narcisistica ha dovuto adeguarsi alle richieste dell’adulto per potersi sentire da questi accettato, rinunciando ai suoi veri bisogni. Non ha potuto contare sul sostegno dell’altro, se non “eseguendo” ciò che l’altro desiderava. L’atteggiamento interno del genitore, la sua vita fantasmatica, quindi, esercita un peso determinante nella strutturazione del legame. La qualità affettiva dei legami sperimentati influenza il narcisismo del bambino perché ad essa si devono le caratteristiche che assumerà l’oggetto interno, quindi l’organizzazione del mondo fantasmatico, da cui dipenderà il livello evolutivo che deciderà dell’organizzazione della personalità, il suo equilibrio o il suo squilibrio. Se l’oggetto esterno impone rifiuto al bambino, questi può negare la dipendenza dall’oggetto proprio a causa del rifiuto, attuando o una chiusura in sé, come avviene nella personalità narcisistica, oppure restare fuso con esso, come avviene nei processi psicotici. Riconoscere la dipendenza significa poter riconoscere sia i propri bisogni che quelli dell’oggetto. Da ciò si sviluppano i mezzi psichici per poter fronteggiare la frustrazione dovuta all’assenza o alla carenza di cui l’oggetto è artefice. Gli individui che si avviano verso uno sviluppo narcisistico di entità patologica sono caratterizzati dalla difficoltà a riconoscere i loro vissuti di dipendenza, di appoggiarsi, perché le fantasie di onnipotenza di cui si alimentano li spingono verso la continua illusione di grandiosità, per evitare le profonde ferite procurate dalle gravi carenze subite, e dalle emozioni negative di cui sono state vittime.

1 Termine latino indicante la maschera che l’attore teatrale appoggiava al proprio volto nel corso della recitazione. Jung utilizzava il termine maschera o Persona per designare l’atteggiamento dell’individuo verso l’esterno, ossia il comportamento psichico generale dell’uomo rispetto al suo ambiente.

2 Green, “Narcisismo di vita, narcisismo di morte”, 1992, Borla, pag. 22.

3 Kohut, 1976.

4 Rosenfeld, 1964.

5 Modell, “Psicoanalisi in un nuovo contesto”, 1975 – 1984, Raffaello Cortina, Milano 1992.

Dott.ssa Stefania Cioffi
Psicologa e Psicoterapeuta ad orientamento junghiano

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